Lega nord: locale vs globale ? Nient’affatto. I leghisti ovvero l’altra faccia della globalizzazione

Il successo ottenuto nelle ultime tornate elettorali dalla Lega Nord ispira più di una riflessione. Una di queste riguarda la sostanza politica del rapporto tra il partito di Bossi e lo scenario economico mondiale. Ebbene le “camicie verdi”, a parole, hanno sempre opposto il locale al globale, sottolineando il valore della identità territoriale soprattutto in relazione ai flussi migratori. Tuttavia, tale superficiale conclusione, espressa per lo più mediante slogan, non è mai stata preceduta da premesse ed analisi atte a rintracciare le cause dell’ “azzeramento delle culture”. Nessuna parola di critica ad un sistema basato non sulla persona, ma sul mercato, per i fini del quale si rende necessario plasmare lo status di consumatore ed introdurre manodopera a basso costo. Provando a rovesciare paradossalmente la prospettiva, è possibile una interpretazione secondo cui proprio la Lega, nel suo piccolo, essendo portatrice di quella particolare cultura individualista che fa del recinto intorno al cortile di casa il limite della polis per l’uomo borghese, concorra alla realizzazione dei fini mondialisti.

La globalizzazione, infatti,  debilita la capacità dell’uomo di autodeterminarsi mediante due virus. Da una parte l’omologazione massificante che riduce il cittadino a consumatore. Dall’altra la frammentazione, attuata a più livelli, che annulla le possibilità di risposta al processo massificante. Le identità locali hanno senso se ed in quanto valorizzano, mediante gradazioni peculiari, l’identità nazionale. I partiti regionali, che apparentemente si fanno portatori dei valori della prossimità e della responsabilità, celano una risposta al mondialismo in chiave  individualista e reazionaria. La parcellizzazione delle energie e la sottolineatura delle differenze ( altro sono le specificità all’interno di un contesto organico ) riducono il Popolo alla impotenza ed alla indifferenza. L’unica risposta possibile ad un processo che, con una forza centrifuga ed una centripeta, sfalda la rete sociale, è l’esaltazione, nel concreto della quotidianità e del lavoro, dello spirito nazionale, nella cui unità si rinviene l’ultimo livello di coesione possibile per una vera democrazia e la sovranità popolare.

Occorre dunque rinunciare a visioni particolari ed a singole opzioni, in favore di una concezione organica superiore il cui fine risiede nel benessere della comunità nazionale. Non conflitto, ma collaborazione. Non donna ( o figli, o padri ), ma famiglia. Non imprenditore ( o lavoratore), ma impresa. Non regione, ma Nazione. Porre, in sostanza, le varie specificità in funzione di un bene più grande, individuato dalla comunità. In tal senso, l’indole nobile dell’uomo, che lo porta ad aprirsi e non a chiudersi, individua nella Nazione il limen naturale, dato dalla lingua, dalla storia, dalla tradizione, dalla cultura, dalla spiritualità, all’interno del quale è possibile per un Popolo essere tale e determinare la propria esistenza.

Antonio Del Prete

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